
sono svegliata che vedevo l'armadio della camera che veniva contro il mio letto. Ho provato terrore e ho pensato ai miei due cani. Non riuscivo a trovarli. Si erano nascosti sotto al letto. Sono uscita dalla camera, tutto era finito a terra: i mobili mi sbarravano la strada. Non so con che forza ho alzato un mobile pesantissimo, poi ho notato che la porta era già aperta, con la scossa era uscita dal cardine. Davanti a me c'era l'acquario rotto a terra, ci sono letteralmente andata dentro poi ho chiamato il mio cane che mi e' saltato in braccio e io l'ho lanciato verso le scale e lui e' sceso. Poi non trovavamo il chiwawa, allora il mio compagno ha alzato il letto di peso e l'abbiamo tirato fuori dalla rete. Adesso qua al campo della Protezione civile, dove siamo riusciti ad entrare solo ieri (fino a ieri abbiamo dormito in macchina) finalmente abbiamo un letto ma ci sono tante mancanze. Sappiamo che fanno quello che possono, ma potrebbero mandarci del cibo migliore, mettere delle docce in più, dei lavatoi per lavare i panni. Mancano i giochi per i bambini, qualcosa che faccia comunità. Quello che mi preoccupa di più sono le voci che dicono che potremmo rimanere qua anche tre anni. Sono sicura che se fosse così impazziremo tutti.

SILVIA POLLASTRI, MAESTRA DI LIMIDI DI SOLIERA (Mo) - Per noi i guai veri sono arrivati con le scosse del 29 maggio quando, per la prima volta, ho imparato nella mia vita cos'è il terremoto: sentirsi saltare, il terreno sotto i piedi che ti butta in alto. Quella delle 9 è stata brutta, io ero in casa, stavo per andare al lavoro, io e mio marito ci siamo fiondati sotto la porta blindata dell'ingresso che è il punto più sicuro della nostra palazzina. Appena è finita siamo corsi da mia madre e da mia sorella che vivono poco lontano in campagna per vedere come stavano perché mia sorella, con la scossa del 20, era svenuta in casa. Siamo arrivati là e dalle 9 fino alle 13 abbiamo saltato e ballato continuamente. Non si è mai fermato. Nella casa di mia madre avevamo l'acqua che usciva dai tombini proprio per questo movimento sussultorio; la terra, che faceva le onde; le macchine che saltavano. Ecco, sì, la cosa più terrorizzante è stata vedere la macchina che saltava avanti e indietro con le ruote che si staccavano da terra. Io a un certo punto, con la botta delle 13, mi sono sdraiata per terra perché era l'unico modo per sentirmi, non dico al sicuro, ma avere un contatto con la terra perché davvero non si riusciva a stare in piedi. Vedevi la casa che saltava. Ho creduto davvero che fosse arrivata la fine del mondo. E non sono ancora convinta di essere al sicuro. Proprio la notte scorsa, quando poi alle 3.50 è arrivata l'ultima scossa, di magnitudo 4.3, era la prima volta che tornavo in casa dal 29 maggio. E ho commesso un errore perché appena ho sentito il boato, invece di mettermi al sicuro sotto la porta blindata, mi sono fiondata per le scale. Ho agito d'istinto. Di giorno riesci a razionalizzare, ma di notte, al buio, con le finestre chiuse, non ragioni più. Così abbiamo ripreso la nostra borsina e siamo tornati al campo in cui io stessa lavoro come volontaria. Certo, la voglia di casa è tantissima, è esagerata. Il nostro Comune giustamente dice che chi ha la casa agibile deve prendere coraggio e rientrarci, ma quando pensi che sei in una struttura di mattoni, che a pochi metri un'altra abitazione è crollata e che alla prossima scossa anche la tua abitazione potrebbe essere classificata inagibile, è dura restarci dentro. Ti chiedi: “E quando arriva la prossima scossa che succede? Faccio in tempo a uscire e o ci resto sotto?”. Ascolta la testimonianza

ALESSANDRO NASSISI, VOLONTARIO A MIRANDOLA. All’interno dei campi allestiti per gli sfollati del terremoto, il dolore si mescola alla rabbia, allo stress, al senso di impotenza e rassegnazione. Tutti hanno esigenze diverse e ognuno ha anche reazioni differenti davanti alla tragedia e al disagio. E in quello di Mirandola, più che in altri campi, il primo problema da risolvere è stato proprio quello dell’integrazione: 300 persone di 9 etnie diverse si sono ritrovare l’una al fianco dell’altra. Nelle tende, infatti, ci sono italiani, moldavi, cinesi, indiani, pachistani, marocchini, tunisini, senegalesi, curdi. Sembrerà strano ma la cosa più difficile è far “dialogare” le varie comunità a tavola. In queste circostanze, infatti, non è semplice neanche scegliere il menù. Se cuciniamo troppe verdure, gli italiani si lamentano; se invece scegliamo la carne di maiale sono le comunità islamiche ad insorgere e così via… Ma come in tutti i campi anche in quello di Mirandola c’è da pensare all’assistenza dei bambini, che più di altri avvertono e vivono il disagio di essere sfollati, di non avere più i propri giochi o le comodità alle quali si erano abituati. Adesso grazie all’Anpas, nel campo di Mirandola, abbiamo costruito due aree ad hoc proprio per i 40 bambini che ospitiamo. Per aiutarli a superare il trauma del campo, abbiamo realizzato una struttura interamente dedicata ai bambini dai 0 ai 5 anni e un'altra per quelli di età compresa tra i 6 e 15 anni. Assieme a me c’è Chiara Arrighini, volontaria della Pubblica Assistenza di Rosignano Marittimo, che si occupa della gestione dei due spazi ed in particolare di coordinare i servizi sociali di Mirandola che dopo il terremoto hanno deciso di svolgere il loro lavoro all’interno delle tendopoli. Ma nonostante le iniziali difficoltà dovute alle religioni e usanze differenti, tutte e nove le comunità sono riuscite a trovare un equilibrio e ciascuna di loro svolge un compito ben definito all’interno del campo. E’ questo l’obiettivo di noi volontari: portare assistenza ma non assistenzialismo. 2/ OMBELICO DEL MONDO. "Questo è l'ombelico del mondo dove si incontrano facce strane di una bellezza un po' disarmante facce meticce da razze nuove come il millennio che sta arrivando" Così iniziava una famosa canzone degli anni passati, e mai fu più azzeccata per descrivere quello che sta accadendo a Mirandola. Sono a gestire un campo con circa 8 etnie diverse, otto comunità lontanissime tra loro e in alcuni casi anche con i propri confini in guerra; si va dalla comunità indiana e sik a quella pakistana passando da quella araba fino a quella cinese, il campo in questo momento sembra un gigantesco terminal in partenza per una nuova frontiera di convivenza pacifica. Un hub dove le culture cercano di vivere insieme ma sempre gelose delle proprie tradizioni, un'ammasso di ideologie che difficilmente scozzano anche se diametralmente opposte, piccoli screzi fungono da motore di ricerca della conoscenza del nuovo. E io che ci faccio qua?! mi sono messo in modalità "wikipedia" pronto a ricevere qualsiasi informazione che mi fa conoscere cose nuove esperienze nuove, imparare la differenza rispettarle e provare a pensarle, accettare le loro usanze e passare velocemente a pensare in otto modi diversi, accresce quello che dovrebbe essere lo spirito di unione capire quello che può essere la chiave per la sconfitta del razzismo strisciante. Penserete Utopia..... no semplicemente realtà, la chiave sono i bambini, i bambini giocano tra loro e si portano dietro i genitori che parlano poco italiano e chiedono aiuto ai figli per farsi tradurre un semplice "come va?" e a loro volta rispondano e i figli traducono. Donne indiane che parlano con donne moldave in lingua e i loro figli traducono la discussione. I loro figli amici che giocano a pallone e non fanno squadre in stile nazionale, ma miste; mentre i genitori diligentemente si prendono i turni per pulire i bagni, sistemare il campo, e poi?! arriviamo a mangiare, un menù bilanciato per tutti (oggi ho mangiato il ragù accanto ad Abdul, e lui mangiava verdura accanto a me), non sai chi ti servirà a tavola forse un Italiano? un cinese? boh intanto il mio amico Abdul dice che noi scriviamo all'incontrario no cavolo siete voi che scrivete al contrario, insomma ognuno scrive come gli pare, l'importante che la parola Integrazione sia colorata di tutte le razze.