La panchina di Mariella

DONNE INDIANE

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    LE DONNE

    “Le donne erano il motore economico della tribù e garantivano il buon andamento della vita quotidiana, in alcuni popoli indiani la famiglia era matriarcale (negli Apache, ad esempio).
    I loro compiti erano innumerevoli: scuoiavano animali, affumicavano la carne, confezionavano tutti gli indumenti, anche i mocassini, erano espertissime conciatrici di pelli e poi raccoglievano la frutta, pestavano il mais e il miglio, cucinavano, montavano e smontavano le tende, e, naturalmente, accudivano i figli.
    Le donne indiane avevano molta cura dei loro piccoli e non si limitavano ad assicurare loro la sopravvivenza: facevano di tutto per rendere la vita bella e piacevole. Per quanto riguarda i piccoli del il popolo delle Pianure, probabilmente nessuna infanzia è stata più felice : non c’erano bambini più coccolati, viziati, protetti e liberi, essi attraverso il gioco apprendevano le arti, la tecnica, le tradizioni, la cultura collettiva.
    Tra le puerpere c’era molta solidarietà: se una madre non aveva abbastanza latte per nutrire il proprio bambino, ce n’era sempre un’ altra che ne aveva in eccesso e che fungeva da balia.
    La sera, per far addormentare i piccoli cantavano lunghe nenie.
    Le donne conoscevano, inoltre, l’usi delle erbe, riuscivano così a badare a loro stesse e a curare i bambini dalle malattie dell’infanzia.
    Tutti i compiti delle donne erano considerati onorevoli e dignitosi, nessun lavoro era ritenuto servile.
    In effetti le donne erano oggetto di premure e di attenzioni: a cominciare dal mattino quando il marito spazzolava i capelli alla moglie, le faceva le trecce e le dipingeva il viso.
    Il matrimonio era tenuto in grande considerazione presso i popoli indiani. Durante la cerimonia il fidanzato andava a prendere la ragazza nel tepee dove alloggiava con la sua famiglia e la portava nella loro tenda.
    Lei dava subito dimostrazione di essere a casa sua: accendeva il fuoco al centro della tenda, sedendosi al posto della moglie a destra del focolare, di fronte si sedeva il marito, nel posto proprio del capofamiglia. Senza altre formalità erano marito e moglie.
    Il matrimonio doveva essere consenziente, poteva esserci un accordo tra la famiglia di lei e quella dello sposo oppure si poteva fuggire mettendo entrambe le famiglie di fronte al fatto compiuto o ancora, in casi estremi, la donna veniva rapita direttamente, senza perdere tempo.
    Una madre conquistava automaticamente il massimo del rispetto collettivo. La sua professione era tenuta in grande considerazione e quando essa si rendeva conto di essere incinta, troncava i rapporti sessuali con il marito (cosa che non creava tensioni né contrasti: le premure dello sposo rimanevano immutate). La moglie non prendeva il nome del marito né del suo clan e i bambini appartenevano al clan della madre.
    Se la cerimonia del matrimonio era piuttosto semplice e diretta, il corteggiamento era invece un rito lungo e complicato: un metodo molto diffuso era quello di mettersi sulla via dell’acqua e aspettare che le donne passassero per attingere l’acqua o per lavare i panni, afferrare il lembo della sottana o colpirla a distanza con dei sassolini. Se lei rallentava il passo significava che il corteggiatore aveva il permesso di affiancarsi e parlarle, se non era interessata lo avrebbe ignorato .

    Altro tipo di corteggiamento era quello della coperta: i corteggiatori si presentavano dopo il tramonto davanti al tepee della famiglia di lei e chiedevano di sedersi accanto alla ragazza, avvolgendola nella coperta. Se lei gradiva, la conversazione si prolungava, e non era raro che ci fosse qualche “approfondimento” reciproco della conoscenza del corpo dell’altro. Ma sempre da seduti. Era vietato sdraiarsi sotto la coperta. Se lei non gradiva, il corteggiatore veniva congedato in fretta.
    La violenza sulle donne esisteva, ma era molto rara, forse anche perché la vendetta da parte della vittima era piuttosto dura e definitiva: le donne lakota, addestrate fin da piccole all’arte della macellazione, maneggiavano il coltello con molta facilità. Si può immaginare come potessero usare quest’abilità.. ma questa pratica non conveniva a nessuno: la donna che riusciva a compiere questa vendetta era tenuta a mantenere l’uomo castrato fino alla sua morte.
    Per il divorzio nessun ricatto, nessuna spesa e nessuno avvocato: così come l’entrata della donna sanciva il suo ruolo di sposa, l’uscita dal tepee con le proprie masserizie significava la rottura del legame matrimoniale.
    Al marito non restava altro che “suonare il tamburo”: si portava al centro dei cerchi di tende e gridava “questa donna non è più mia. Chi la vuole se la prenda” . Se era la moglie a essere stanca del marito, lo buttava semplicemente fuori dal tepee e, se voleva, accoglierci un altro uomo non doveva dare nessuna spiegazione.
    Neanche troppe storie per l’affidamento dei figli: i piccoli, quelli che ancora dovevano arrivare alla pubertà, restavano con la madre, i più grandicelli andavano col padre.
    Le donne lakota erano di solito silenziose e riservate e in genere non partecipavano alla vita pubblica, ma una donna anziana e saggia o che aveva mostrato un particolare coraggio, poteva diventare parte del Consiglio Tribale.
    La donna era per noi una torre di forza spirituale e morale, fino all'arrivo dell' uomo bianco, dei soldati e dei traditori che con forti bevande piegarono l'onore degli uomini e attraverso il loro potere senza valore acquistarono la virtù delle nostre mogli e figlie.
    Quando caddero loro, l'intera razza cadde con loro…”

    Ohiyesa, Santee Dakota

    “La cosa necessaria per la tranquillità del mondo è che ogni bambino possa crescere felice!”

     
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    STORIELLA INDIANA

    Il mio amico aprì il cassetto del comodino di sua moglie e ne estrasse un pacchetto, avvolto in carta di riso:

    "Questo", disse, "non è un semplice pacchetto, è biancheria intima”. Gettò la carta che lo avvolgeva e osservò la seta squisita e il merletto.

    "Lo comprò mia moglie, la prima volta che andammo a NewYork, 8 o 9 anni fa”. Non lo usò mai. Lo conservava per «un’occasione speciale».”

    Poi prosegui: "Bene. Credo che questa sia l’occasione giusta”.

    Si avvicinò al letto e collocò il capo vicino alle altre cose che avrebbe portato alle pompe funebri.

    Sua moglie era appena morta.

    Girandosi verso di me, il mio amico mi disse:

    “...non conservare niente per un’occasione speciale, ogni giorno che vivi è un'occasione speciale.”

    Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto... lo è!
     
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