
Di Massimo Sebastiani
La storia e' piena di abbagli, profezie apocalittiche, roboanti catastrofismi estetici, inutili deliri anti-moderni: ma nessuno sembra oggi tanto inattuale quanto l'invocazione preventiva di ''scrittori, pittori, scultori, architetti, amanti della bellezza'' apparsa nel 1887 su Le Temps contro la ''mostruosa Tour Eiffel'', definita ''disonore di Parigi'' che neanche ''L'America dall'anima commerciale vorrebbe''.
Cento anni dopo, il semiologo Roland Barthes si incarica di restituire l'onore a quell'edificio ''inutile e insostituibile'' in un libriccino spericolato e divertente in cui esercita la sua trasversale arte ermeneutica al massimo delle sue capacita'. Per Barthes, come e' ovvio, la Tour Eiffel e' molto piu' di se stessa: e' ''sguardo, oggetto, simbolo'' e' ''tutto quello che l'uomo pone in essa'', ''spettacolo guardato e guardante'', ''incessantemente riprodotto'', ''monumento totale'' che, in quanto simbolico, deve soddisfare una funzione onirica e per far questo deve sfuggire alla ragione: in un modo solo, essendo innanzitutto inutile.
Questo e' in effetti il suo scandalo, spiega Barthes, accordando fondamentalmente ragione al grido di dolore degli intellettuali di Le Temps, ma e' anche cio' che ha contribuito a costruire il suo ''mito formidabile''. Tutti, e si potrebbe dire soprattutto i non-parigini, conoscono la Torre: ma il motivo di questa fama non ha nulla a che vedere con i potenziali utilizzi enumerati, in sua difesa, dal povero Gustave Eiffel, travolto dalle critiche preventive: misurazioni aerodinamiche, studi sulla resistenza dei materiali, ricerche radioelettriche ecc.: Eiffel, spiega Barthes, ''vedeva nella sua Torre un oggetto serio, ragionevole, utile; gli uomini glielo restituiscono come un grande sogno barocco che tocca i confini dell'irrazionale''. In questo la Torre e' architettura nel suo senso piu' profondo perche', ci ricorda l'autore dei Frammenti di un discorso amoroso, essa e' sempre ''sogno e funzione, espressione di un'utopia e strumento di benessere'' .
L'utilizzo non fa che celare il senso, proprio come Babele: ''doveva servire a comunicare con Dio e tuttavia e' un sogno che tocca ben altre profondita' rispetto a quelle del progetto teologico''. La Torre ha invece, secondo Barthes, molto a che vedere con Hugo e Michelet, con Notre-Dame de Paris e il Tableau de la France perche' con essi Parigi e la Francia ''diventano oggetti intelligibili'': la Torre e' l'invenzione dello ''sguardo panoramico'' e, al tempo stesso, per la sua struttura, la negazione di un assioma delle visite turistiche a chiese, palazzi, monumenti, che si visitano ''all'interno'', facendo, come sottolinea Barthes, ''un giro dentro''. E' dunque un ''oggetto paradossale: non e' possibile rinchiudersi in essa perche' cio' che la definisce e' la forma longilinea''''. Ma soprattutto, all'alba del Novecento, la Torre riscrisse il concetto di bellezza: non piu' plastica ma funzionale, simbolo di leggerezza e di ascensione.
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